19 Giugno 2017

Lo zio saggio

Posted in Racconti

REQUIEM

Quasi non aveva riconosciuto la strada di casa sua, se non fosse stato per il bar, ormai logoro, con lo stesso barista che l’aveva riconosciuto benchè avesse i capelli grigi. Gli aveva offerto un caffè. Era teso, ma alzando gli occhi vide il cielo sereno con qualche nuvola inerte. Respirò profondamente.

Infilò la chiave nella toppa della porta, esitò. Entrò. La casa era rimasta uguale, identica a trent’anni prima, quando ci viveva con la madre, il padre e Serena, la sorella. Si vide giovane sull’uscio di casa, con il casco in mano, a cercare le chiavi del motorino. Sull’uscio si ricordò di quel giorno di tanti anni prima, aveva venticinque anni, era sul motorino, era sera tardi, aveva bevuto un po’, aveva una giacca, un montone marrone e il viso sbarbato.
La casa era pulita, solo leggermente impolverata. Il salone era lindo, anche il tappeto e la tappezzeria sui muri. Qualcuno doveva aver pulito a fondo, perché di sangue non ce ne era più neanche una goccia. Se lo disse: “Non c’è sangue.”
Entrò nella sua camera. Vide il suo letto, la scrivania, neanche un libro. Era il più piccolo della casa. Era nato nel 1979, come recitava il suo documento digitale che aveva appoggiato sul mobiletto tra il divano e la poltrona. Primogenito di una famiglia temuta. Poi aprì la porta della camera da letto dei suoi genitori. Immacolata. Rimase sull’uscio. Il letto era rifatto, s’immaginò la voce del padre che conta i soldi sulla scrivania di fronte al letto. Di spalle, ricurvo come un ladro, come un avvoltoio, con il fumo della pipa, che alleggeriva quell’uomo pesante. Allungò il collo, ma il padre non c’era.
Infine sbirciò la camera di Serena. In fondo al corridoio. Socchiusa. Una lacrima, si sentì di sale e non fece scendere la seconda. Restò sull’uscio. Chiuse la porta. La guardò per un po’. Poi bussò due volte, e la chiamò per nome, come quando aveva venticinque anni. Ora ne aveva cinquanta. La sorella non rispose. Quel giorno, prima di uscire col motorino, disse alla sorella che sarebbe passato in farmacia a prendere l’omogeneizzato. ‘Ma torno tardi’, le aveva detto. ‘Servirà per domattina, o per stanotte, se dovesse svegliarsi’, gli aveva risposto.
La porta rimase chiusa, la sorella non c’era.
Rimase tutto il giorno in casa, in salone, a guardare dalla finestra le nuvole calme nel cielo. Non c’era vento. Si stupiva di guardare il cielo come se lo facesse per la prima volta. Chiuse gli occhi e lasciò che il sole di luglio lo abbronzasse.

Quella sera mangiò una scatoletta di tonno con del pane, guardando dalla finestra tutto lo spostamento della luna, che era tonda. Dalla sua cella non poteva guardarla e allora vicino al letto aveva affisso una foto della luna. E adesso poteva guardarla coi suoi occhi!
Dalla finestra intravedeva una città ormai sconosciuta, piena di oggetti e rumori che non conosceva, macchine dalle forme per lui inconsuete.
Ma riconosceva bene gli alcolizzati con le bottiglie in mano con tutti i loro rumori che provenivano giù dal bar. Il solito bar, qualcuno lo aveva riconosciuto quella mattina. Mario, il gestore, gli aveva offerto un caffè, da ragazzi erano stati amici. Quasi non parlò. Erano ingrigiti tutti. E in strada ogni cosa per lui era nuova, come i secchi della spazzatura, ma tutto era logoro, abbandonato. Le strade gli erano parse abbandonate. L’erba aveva rotto l’asfalto. Mario da dietro il bancone gli aveva detto: “Quelli che stanno qui al bar sono tutti poveracci, Lamberto. Il caffè te lo offro io, oggi. Per festeggiare la tua libertà. Eri un ragazzo allora, lo ero anch’io. Ora però… basta. I ricchi stanno partendo. Quando ti hanno… messo dentro… nessuno andava lassù nello Spazio, ma ormai hanno trovato questi due pianeti che sembrano due paradisi. Io me ne rimango qua, non mi frega di partire. Da questo bar non si muove nessuno. Ah, sono le 9. Sta partendo il razzo settimanale. Eccolo, lo senti? Fa un bel casino, ma non si vede da qui. Invece dello Stadio, adesso c’è la zona lancio razzi, roba da pazzi, eh? E stasera alle 21 ne parte un altro. Due a settimana, otto al mese. 600 persone ogni volta. Lo so, Lamberto, il caffè non è buono, ma mica arriva più dal Brasile! E chi lo porta più? Ormai sta collassando un po’ tutto, il mare è diventato troppo grande per le navi, come il cielo per gli aerei. Nei parchi non si può andare, troppi insetti, ti mangiano… non scherzo mica. E se non ti mangiano, ti mordono le zecche. Questo è caffè fatto qua vicino, da un amico mio. Tieni, te ne regalo un sacchetto. Se ci metti il latte, ti assicuro, ti sembrerà quasi buono. Ti do anche un goccio di latte, così ti ricorderai dei vecchi tempi. Te lo prendevi sempre macchiato, ho buona memoria”.
Quella sera a cena Lamberto si concentrò sul cielo, quello almeno era rimasto identico. Alle 21 sentì il rumore del razzo serale, ma non riuscì a vederlo. Ma guardò comunque il cielo mentre il rumore parlava di persone che volano via. “Vanno tutti via”, si disse. La luna era piena, meravigliosa, un sole che lo scaldò; e che lo fece addormentare.

FOLLIA
L’indomani, di primo mattino, qualcuno suonò alla porta. Lui era in bagno a lavarsi il viso. Suonarono una seconda volta.
Andò ad aprire senza chiedere chi è. Dall’altra parte un sorriso grande e profondo che diceva:
“Ciao zio, sono Francesco, tuo nipote…”, il sorriso fuggì e comparì del plumbeo tra le sopracciglia: “il figlio di tua sorella… di Serena.”
“Mmh”
Poi continuò il nuovo arrivato, con rinnovato sorriso:
“Ti volevo contattare per avvertirti che volevo incontrarti, ma non ti hanno ancora attivato la connessione sulla carta d’identità e non sapevo come fare, giù il portone era aperto. Avevo un anno all’epoca, sono parecchio cambiato… sono cresciuto con un’altra famiglia”.
“Lo so”.
“Bene, lo sai… Tre anni fa sono partito per la Piccola Terra, immagino che in… carcere insomma… tu abbia seguito le notizie… sai, la Piccola Terra è uno di quei due piccoli pianeti dove sembra di stare qui sulla Terra, ma è piccolissimo, sai? E sono ritornato qualche mese fa…”
“Ho saputo che i ricchi volano…”, disse guardando il vestito un po’ consumato di Francesco e la sua mano che di tanto in tanto toccava la tasca della giacca del vestito come un leggero tic. Lo invitò ad entrare con un gesto, dopo che Francesco aveva mostrato impazienza nell’entrare. Si tolse la giacca rimanendo in camicia e per un momento la mano toccò ancora quella tasca, la destra. Era piuttosto magro e soprattutto sudava. Sorrideva a volto pieno, ma poi le ciglia s’aggrottavano all’improvviso a seconda di quello che diceva. La camicia e i pantaloni erano un po’ consumati.
Si sedettero in salone. Francesco sulla poltrona, Lamberto sul divano. Che non guardò il cielo, ma la faccia di quel nipote sconosciuto e percepì ogni muscolo contratto del suo corpo.

“Accadde qui?”, domandò Francesco a bassa voce. Lamberto annuì.
“Accipicchia…”, continuò. “La vendetta, zio, è una cosa… davvero brutta… però capisco che a venticinque anni hai avuto il… il sangue al cervello. Non riesco a biasimarti del tutto. Hanno ucciso la tua famiglia e tu hai ucciso l’assassino…”
“…con tutta la sua famiglia. Cinque persone.”
“Già. Spero tu sia felice ora. Sei libero, sei a casa tua. Hai altre case affittate e in tutti questi anni ti hanno fruttato tanti soldi. Hai anche una fabbrica di famiglia qui vicino e…”
“Lo so.”
“Si, certo, lo sai… ma forse una cosa non la sai e cioè…
“Perché abbiano fatto uscire uno come me. Già, è una cosa che non mi spiego.”
Francesco divenne ancora serio, di colpo:
“Beh, zio, si… volevo appunto parlarti di questo. C’entro io in questa cosa; sei mesi fa, quando sono ritornato sulla Terra, ho cercato di capire se era possibile farti uscire…”
“Perché?”
“Beh, lavoravo in un ministero sulla Piccola Terra e quindi quaggiù non mi è stato difficile parlare con le persone giuste, capisci? I ministeri si conoscono. Non dico che…”
“Perché?”
“Perché sei mio zio…”
“Sei ricco?”
“Non mi lamento.”
“Mm…”
“Che c’è, qualcosa non va?”
“Il tuo completo è brutto.”
“Beh, è un po’ vecchio…”
“Non è solo vecchio, è anche l’unico che hai…”
“Ma no, zio… è solo un abito che uso tutti i giorni…”
“La camicia è rovinata…”
“Beh, forse, si… non ci tengo molto all’apparenza, zio…”
“Tu sei un poveraccio, dimmi la verità…”
“Ma no, ti dico che non ho problemi di soldi…”
“Lo sai bene che ora posseggo diverse case, negozi in affitto, la fabbrica. Adesso che sono fuori, si sono tutte scongelate: le posso usare. E tu sei mio nipote.”
“Cosa vuoi dire, zio?”
“Io non sono più uno zio. Io sto molto bene di salute e in carcere chissà quando sarei morto e comunque morire là crea problemi per l’eredità. Tanta burocrazia per scongelare case e fabbriche. E’ più facile che io muoia fuori che dentro. E poi le carceri ormai sono isole inviolabili. In tutti questi anni non ho visto nessuno morire là dentro per avvelenamento.”
“Io spero che da oggi potremo conoscerci, parlare. Caro zio. Per esempio, ecco, cosa hai fatto in carcere. Hai non so…”
“Se hai contatti col ministero sai bene il mio curriculum: il detenuto ha una salute di ferro, consegue laurea in lettere, legge molti libri, insegna agli altri detenuti romanzi e poesie.”
“Volevo che me lo spiegassi a parole tue…”
“Troppo freddo il modo di scrivere nei curriculum del carcere, vero?”
“Zio, io capisco che tu ti senta scombussolato, il mondo è cambiato davvero in tutti questi anni che sei stato dentro. La Roma che hai lasciato era piena di gente, ma oggi il traffico in strada sta diminuendo tanto, in molti stanno partendo… proprio oggi ho letto di molti stati che si stanno svuotando, dall’Islanda al Canada, come anche molte città italiane. Ed è un processo continuo, irreversibile.”
“Sii sincero, ragazzo…”
“Ho voluto fare qualcosa per il mio unico parente biologico in vita… senti, ma, se ti va ci possiamo bere un caffè, io non ho fatto colazione e… per caso hai del caffè, o…”, si toccò con una mano la tasca della giacca, come un breve tic. Lamberto indicò sopra un tavolinetto il sacchetto col caffè del bar.
E continuò:
“Ti va se faccio un caffè, sai mi… mi serve un caffè…”
“Perché tocchi quella tasca, ragazzo?”
“Cosa?”
“Mi hai sentito.”
“Le informazioni giuntemi dalla prigione mi erano sembrate molto più incoraggianti su di te: sul tuo curriculum freddo – come dici tu – c’è scritto che addirittura non hai ucciso un tizio che voleva ucciderti, benchè ne avresti avuto la possibilità… Dicevano che eri diventato saggio.”
Ci fu una pausa, in cui il sole entrò nel salone, illuminando una mano di Lamberto.
“Ero saggio anche a venticinque anni. Mi avevano ammazzato tutta la famiglia, a colpi di machete. Ci pensi? Torno a casa e vedo tua madre tutta… proprio lì, vicino al balcone. Tu dormivi nel lettino di là, non ti sei accorto di nulla”.
Ci fu una pausa, in cui tutto tacque.
“Vado a fare il caffè…”
“Cosa hai in tasca?”
“Nulla. Ho dei fazzoletti… eccoli!”, ne prese uno e si asciugò la fronte madida di sudore.
“Qui non fa così caldo.”
“Beh, è luglio… Va bene, ora che hai scoperto dei miei fazzoletti, vado a fare il caffè, va bene?”
Annuì. Mentre lo preparava, Lamberto andò a vedere nel fondo di un cassetto del salone dove il padre nascondeva una pistola. C’era ancora. Era carica, col colpo in canna. Si rimise sul divano e la nascose accanto a sè sotto alcuni cuscini.
Francesco ritornò col caffè.
“Ecco il caffè, ho trovato anche del latte in frigo, io il caffè lo bevo macchiato… sulla Piccola Terra all’inizio non si beveva il caffè, perché non c’era la pianta del caffè! E’ stata portata là e piantata… ma nessuno compra il caffè lassù, preferiscono una pianta autoctona da cui si ricava una polvere rossa, da cui una bevanda calda… lo chiamano il Caffè Rosso, ma non è buono come il caffè. E nessuno però che si beve il caffè nero, niente di niente, zero carbonella… Tieni, questo è il tuo…”
Lamberto scambiò le tazzine, e disse:
“Bevi tu il mio.”
“Ma cosa cambia, io poi il mio l’ho macchiato. Il tuo invece è nero.”
“Macchia il mio.”, Francesco esitò, “Macchialo”, esitò ancora, “Macchialo!”
Eseguì. “Metti lo zucchero, o è già zuccherato?.”, eseguì, “Ora bevilo”. Gli occhi di Francesco quasi scoppiavano, e sudava come una spugna bagnata e strizzata. Ma non beveva.
“Bevi il caffè”, gli disse calmo Lamberto, mentre sorseggiava il suo.
“Non lo voglio più, basta. Sono felice che tu sia libero, spero che col tempo riusciremo a conoscerci e a… non so bene, ma… io adesso me ne vado via.”
“Tu non hai più un soldo; tu sei disperato, vero?”
Non rispose. Rimase gelato e guardò negli occhi lo zio per qualche secondo, che continuò:
“Tu hai del cianuro, vero? L’hai messo nel caffè. E’ così che ho ammazzato quella famiglia. Non ti sembra sciocco che io esca di prigione e il giorno dopo mi ammazzi con un caffè al cianuro? Risalirebbero a te, cretino. Tira fuori quello che hai in tasca!”
“Ho dei fazzoletti, basta, me ne vado!”, fece per alzarsi, ma Lamberto prese e gli mirò contro la pistola. Francesco ripiombò seduto.
“Non ho mai sparato, ma a questa distanza ti prendo. Da qualche parte ti prendo. Un ginocchio, il cuore, una mano. Conto fino a tre e ti giuro che ti sparo”
“Stai calmo, cazzo! Stai calmo!”
“Volevi farmi passare per suicida, vero?”
“No!”
“Io ora ti sparo”
“Non ho niente!”
“Conto fino a tre… Uno, due…”
“Si, eccola eccola, si! E’ una bustina vuota, è vuota, ma puzza di cianuro. L’ho messo tutto in questo caffè e io non lo berrò, io non so ammazzare nessuno, non so fare niente. E’ cianuro, è cianuro!”, appoggiò la bustina sul tavolino. La raccolse. Annusò. Dentro c’era stato del cianuro. Era molto stupito di aver capito le sue intenzioni e distolse la mira, Francesco se ne accorse, ma subito si riprese e disse:
“Bene.”
“E adesso?”
“Adesso?”
“Si, dico, adesso posso andare, ok? Non mi farò più vedere, me ne andrò da dove sono venuto.” E si alzò.
“Siediti”
Francesco ricrollò sulla poltrona.
“Tuo padre era un soldato di mio padre, soldato lo sai che vuol dire, eh? Io ero qui giù quella sera, avevo parcheggiato il motorino, forse tuo padre riconobbe il rumore e… forse è per questo che sei vivo.  Lo incrociai sulle scale, mi spinse, ma riuscii a reggermi e non caddi. Corsi. Quando entrai qui vidi… vidi quello che sai.  Tuo padre quella sera tirò fuori il machete. Un machete, capisci? Mio padre glielo aveva dato per mettere paura ai nemici. Erano pazzi. Tu piangevi in camera di tua madre. Ti avevo comprato da mangiare e tu lo hai divorato. Eri affamato. Chiamai subito la Polizia, e ci portarono a me e a te in una di quelle case famiglia che c’erano trent’anni fa. Non capirono dapprima che fosse stato tuo padre, benchè io l’avessi detto. Non mi credettero. E nessuno ha mai trovato il machete.
E poi lui, tuo padre, la notte successiva, ha sterminato se stesso e la sua famiglia col cianuro. Il perché non lo so, ma tuo padre era sempre pieno di una droga che ora non fanno più che lo eccitava. Una volta aveva morso un cane alla gola. Lo aveva ammazzato, per gioco. Non sto scherzando. E beveva molto la sera, questo lo so, perché una volta aveva picchiato tua madre con una bottiglia. Mio padre, capisci, non era contento che avesse ingravidato la figlia, tua madre, anche perché tuo padre era soldato e i soldati non fanno queste cose. Mia sorella aveva diciannove anni e non aveva ancora capito cosa fare della sua vita. Eri arrivato tu, ma lei era ancora una bambina… Capisci, nipote?”
“Vuoi dirmi che tu non hai ucciso nessuno?”
“Ti sto dicendo che hai fatto uscire di galera un innocente. Me.”
“Non ci credo a quello che dici, per niente. Tu hai ammazzato mio padre e la sua famiglia!”
“La notte in cui tuo padre uccise la sua famiglia, io ero con te. Ti stavo dando da mangiare, ti cambiavo i pannolini. Eravamo in quella casa dei servizi sociali. Sono stato con te tutta la notte. Ma tu avevi dieci mesi, non mi hai potuto fare da testimone. E non ero sorvegliato da nessuno quella notte. Quindi pensarono a me, mi fecero un processo sommario. Dato che mio padre era un boss locale, allora fu facile pensare che avessi ammazzato tuo padre dandogli del cianuro e che poi abbia fatto la stessa cosa con la sua famiglia. Come i nazisti, tu lo sai chi sono i nazisti, hai studiato? Io non so chi pagò il giudice che mi sbattè dentro, io non sapevo neanche come fosse fatto il cianuro, mio padre lo sapeva… con quello ci dovevano ammazzare la famiglia del bar qua sotto. Non volevano pagare la protezione. Lo aveva scoperto il mio avvocato, io non sapevo niente di quel che faceva mio padre. Ma ormai non mi interessa più, ho altri progetti per la mia vita”
“Io…”
“Tu…?”
“Il caffè che ti ha dato… ti volevamo uccidere tutti e due…”
“A questo non ci avevo pensato…”

Rimasero in silenzio. Lamberto aveva già abbassato l’arma. Guardò la luce del sole che era salito e che brillava su una guancia di Francesco.

Disse Francesco, confessandosi:
“Mi è andata male col caffè sulla Piccola Terra. Nessuno lo beveva, come ti dicevo. Era il mio investimento. Ho corrotto chiunque, ho perso tanti soldi, ho cercato anche di avvelenare il caffè rosso… ora mi stanno cercando…”
“E hai pensato a me, d’altronde è vero che quando morirò tutto andrà a te, ma a te servono ora dei soldi”
Francesco disse in modo definitivo, a voce bassa, tremante:
“Sto a zero, non ho niente. E mi sono pure sputtanato per farti uscire di galera e adesso non posso neanche ritornare da dove vengo. Se mi spari mi fai un favore”

Lamberto gli mise una mano sulla spalla.

“Vai a lavare questa tazzina, sciacquati bene le mani e poi ritorna qui. In fondo se sono libero lo devo a te. Sciacquati anche il viso, rilassati, poi ci mettiamo comodi e parliamo del tuo futuro. Io tanto, per me almeno, mi basta una casetta che ho in montagna, dalla quale si può guardare bene il cielo e un paio di case affittate come rendita. Un cane per farmi compagnia, libri da leggere… A me basta poco… Scendo giù al bar a sistemare la faccenda. Spero sia ragionevole e non si senta male vedendomi ancora vivo. Non ha senso volermi uccidere, io non sono mai entrato negli affari di mio padre e questi sono morti con lui.”
Tolse i proiettili dalla pistola e se li mise in tasca.

Francesco fece un cenno con la testa e andò in cucina. Lamberto prese le chiavi di casa e scese giù al bar per sistemare la faccenda.

Il salone rimase vuoto e Serena cantò una canzoncina al piccolo Francesco.